Gennaro

Calza il 42, l’età della moglie quando è morta. Ogni giorno che dio manda in terra si veste da capo a piedi nel suo abito scuro dal colore ormai incerto, forse blu, forse nero, e si siede. Fissa l’ingresso del centro, resta in silenzio e basta. Nessuno ha mai capito perché. C’è chi dice sia in attesa del ritorno della moglie, c’è chi dice che aspetti il momento giusto per correre verso il portone e attraversarlo fisicamente, c’è chi dice che stia aspettando di morire e non farsi trovare impreparato. Di sicuro, se lo chiedi a lui, trova un modo per non essere chiaro. Parla poco, controvoglia, parla male, vuole fumare. Chiede sempre una sigaretta, la stringe tra le dia gialle della mano destra, la succhia come se fosse qualcosa di importante. Fa uscire il fumo dal grande naso schiacciato da vecchio, con le narici larghe e pelose come le orecchie. Quando da piccola ho scoperto che, pur invecchiando, ci continuano a crescere le orecchie, ho pensato che decomporsi nella tomba non è poi così male, altrimenti non ci sarebbe mai posto sufficiente.
Le orecchie di Gennaro sono bordate di capillari rotti, sembrano avere un orlo decorativo colore del vino, un vezzo della demenza senile. Sono pelose e forse anche sporche. Benché le infermiere tengano alla pulizia personale degli ospiti della casa, le unghie di Gennaro sono nere. Non so come faccia a ridursele così, forse prima di dormire gratta qualcosa senza accorgersene, o lo fa per addormentarsi, come un’espiazione, una preghiera della buonanotte. Un mio amico mi ha raccontato che da piccolo credeva – perché qualche adulto gliel’ha fatto credere – che per raggiungere il paradiso occorreva conservarsi tutte le unghie tagliate durante tutta la vita. Le unghie di Gennaro sono nere, e larghe.
Quando non fuma tiene le mani sulle ginocchia, ferme. Ci sono dei giorni in cui sembra più presente. In quei giorni è possibile che venga a trovarmi in cucina mentre sto preparando il pranzo. A lui piacciono le uova. Io gliele faccio trovare davanti perché lo so. Le prende e le lava sotto l’acqua corrente prima di metterle a bollire. Forse prepara anche le uova alla morte, come lui si prepara ogni giorno con il suo completo scuro. Quando gli chiedo come va, farfuglia qualcosa sulle uova, e io gli dico di sì, che le mangiamo con la maionese, come piacciono a lui. Poi se ne va.
Le persone che abitano qui non hanno il divieto di uscire, ma sembrano intrappolate nelle loro routines, senz’altro interesse che far passare il tempo fino all’ora del pranzo, della cena, o dell’andare a letto. Lavoro in questa casa di cura da due anni, gli spazi comuni per tutti gli ospiti sono ampi e hanno l’aria triste. La tv è sempre accesa, ma il volume è basso, così il brusio di sottofondo è continuo, ma i colori e le luci delle pubblicità e delle trasmissioni che si vedono fanno ancora più contrasto con l’immobilità dell’arredo interno. Le signore guardano lo schermo zitte e buone come delle bambine. Gennaro la tv non la guarda quasi mai. Preferisce guardare in direzione dell’ingresso, o meglio, dell’uscita. Forse a Gennaro piace di più immaginarlo da solo quello c’è lì fuori, forse esce e nessuno se ne accorge, forse è per questo che è vestito bene tutti i giorni.

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